Le opere di Diego Salvador, esposte temporaneamente nello Spazio Hermetica di Trieste insieme a quelle di Alberto Strambaci nella mostra “I labirinti di vetro”, offrono in questo senso uno spunto di riflessione e smuovono qualcosa. Nella serie principale, “Dia’logos?”, vediamo delle donne di profilo che interagiscono con delle statue classiche raffiguranti degli uomini. Ci sono occhi che guardano e mani che toccano, ma l’azione segue una sola direzione: dalla donna all’uomo-statua.
Vicino, un breve testo che spiega la filosofia di quello che stiamo vedendo. Le immagini neo-surrealiste indagano il rapporto uomo-donna, chiedendoci se possiamo ancora dialogare realmente. Il termine “dialogo” nasconde in sé la complessità che la lingua greca vuole sempre far emergere: “dia”, un avverbio che significa “attraverso”, e “logos”, un sostantivo dai mille significati, di cui adesso possiamo prendere in prestito quello di “discorso”. “Attraverso il discorso”, quindi: capirsi, condividere, e perché no, amarsi, grazie al movimento che consentono le parole. D’altronde, oltre ad essere “animali sociali”, siamo “animali linguistici”.
Ma mettendo da parte quello che è il significato dell’opera, possiamo notare un’altra cosa. Da lontano le immagini sembrano delle fotografie: uno shooting in una bella giornata di sole, sullo sfondo il cielo azzurro e colori pieni. Sembrano quelle fotografie che si scattano con ISO bassi, tempi alti e diaframma chiuso.
Da vicino invece si vede una particolare “texture” tipica di un’immagine AI generata e la perfezione inquietante e innaturale delle modelle. Si potrebbe parlare anche di im-perfezione dell’AI, visto che una delle “modelle” ha solo quattro dita. Se questo dettaglio sia voluto per ricordare che l’AI sbaglia, o se l’artista non si sia accorto dell’errore, non lo sappiamo.
Salvador ha preso la sua creatività e ha lasciato che l’astrattezza della sua idea fosse concretizzata da un programma di Intelligenza Artificiale. Logaritmi che combinato dati per creare pixel, invece che mani umane che danno forma alla materia.
Oltre alla serie di cui sopra, erano esposte altre due immagini: i volti di due donne, una giovane e un’anziana, che guardano negli occhi l’osservatore. L’obiettivo è quello di sensibilizzare sull’8 marzo, raffigurando la forza delle donne che tengono insieme la loro esistenza, fatta di relazioni, famiglia, amicizie, rinunce, violenza. Di fronte queste immagini, ci guardano occhi piatti, non c’è una reale emozione e sentiamo l’amarezza di non riconoscere un volto familiare.
Adesso non metteremo in dubbio le capacità artistiche e l’intellettualità di Salvador, ma non possiamo non avere un tono critico. L’arte che l’uomo produce non è solo fine a sé stessa, ma porta al suo interno sempre un messaggio. Il filosofo del Novecento Hans-Georg Gadamer, volendo restituire all’arte una posizione centrale nella vita dell’uomo, crede in questo potere espressivo, lo riconosce come una forma di autenticità, una finestra attiva sul mondo.
Quindi la donna con quattro dita, o gli occhi azzurri senz’anima della donna bionda (figlia perfetta della stereotipizzazione dell’AI) cosa dicono di noi? Cosa del mondo ci stanno mostrando? Intanto, non sappiamo bene che cosa sia l’Intelligenza Artificiale, né sappiamo controllarla. Benvenga un’arte che dialoga con il presente e che utilizza l’AI per autocriticarsi e per far riflettere. Ma quando si attua una mera sostituzione, di quell’arte potremmo farne a meno. Anche perché, possiamo ancora chiamarla arte?
Il poeta maledetto Charles Baudelaire ha vissuto l’arrivo della fotografia in modo abbastanza “drammatico”, tanto da non considerarla un’arte – cosa impensabile oggi. Fatalmente diceva che la “vera arte”, e si riferiva nella seconda metà dell’Ottocento alla pittura mimetica, sarebbe morta e che gli artisti (pensiamo ai ritrattisti) sarebbero rimasti senza lavoro. Il suo carnefice era la fotografia, che replicava in meno tempo, poco sforzo e massima resa, la realtà.
Potremmo dire la stessa cosa, ora che il nuovo nemico dell’arte è l’AI generativa. In questo senso il punto critico del nostro tempo è il lavoro: quante pubblicità sono state create con l’AI? Pensiamo a tutte le persone che vivono nel precariato – tra operatori culturali, e non solo – perché le loro prestazioni sono state sostituite con l’AI. E attenzione, se un prodotto viene fatto spendendo meno tempo e soldi, non è quasi mai migliore di quando si usa la “fatica del pensiero”.
Esposte nella stessa stanza c’erano anche i disegni di Alberto Strambaci. L’artista triestino ha indagato l’interiorità dell’uomo e la fragilità che emerge quando entra in contatto con l’amore dell’Altro. L’amore a Strambaci ha lasciato dietro e dentro di sé un grande dolore, che a volte viene nascosto dietro alla semplicità di una maschera, altre volte palesato nella sua complessità. Per comunicare tutto questo Strambaci ha passato ore ed ore a tratteggiare sulla carta i contorni delle figure, ha studiato lo spazio e ha deciso come incastrare i suoi pensieri e i suoi disegni.
Si può concludere che le opere di Strambaci hanno un valore umano ed economico superiore, no? Io francamente non accetterei altra risposta, ma in realtà non si può ancora definire nulla. Le stesse persone che studiano l’Intelligenza Artificiale ammettono che non sanno cosa sia. Chi ne fa uso quotidianamente non è al corrente dell’impatto – ambientale, economico, politico – che hanno le sue ricerche. Ci dobbiamo reinventare costantemente, un po’ come l’arte pittorica ai tempi di Baudelaire, solo che non sappiamo ancora quanto di noi perderemo per strada.










