mandaci le foto

guarda le foto

La cianotipia, quando la fotografia si fa materia

La fotografia è anche curiosità, un mondo fatto di tecniche sperimentali più o meno antiche. Una di queste è la cianotipia, un procedimento fotografico capace di trasformare carta, tessuti e oggetti comuni in immagini dal blu intenso, il blu di Prussia.

Inventata nel 1842 dallo scienziato inglese John Herschel, la cianotipia nasce inizialmente come metodo di riproduzione tecnica e scientifica. Sarà poi la botanica e fotografa Anna Atkins a renderla celebre utilizzandola per documentare alghe e piante, creando quello che viene considerato uno dei primi libri fotografici della storia.

Oggi questa tecnica vive una nuova stagione creativa: fotografi analogici, artisti contemporanei e appassionati di sperimentazione la utilizzano per produrre immagini uniche, imperfette e profondamente materiche. Ed è forse proprio questa sua natura artigianale a renderla così attuale.

Prendiamo come esempio le opere di Furio Scrimali e Silvia Martellani (in foto), che hanno parlato a Trieste in un “linguaggio multiforme”. La coppia ha esposto memorie dei loro viaggi, composizioni floreali, elementi naturali idealizzati e reinterpretati, architettura, corpi e volti umani… Realizzate su carta di cotone, carta di riso e legno, la cianotipia si è presentata nella sua forma classica, per poi vedere il suo blu virato verso il chiaro grazie all’utilizzo del te, e verso lo scuro con i bagni nel caffè.

Silvia e Furio hanno giocato con lo spazio, rendendo la bidimensionalità della carta uno spazio tridimensionale, inserendo oggetti esterni che si ricollegano all’immaginario della foto (è il caso dei sassi incollati sulla stampa di una veduta sulla Croazia e della sabbia posta alla base di una serie). Interessante è un’interpretazione del “Cristo velato”. E velato lo è letteralmente: sopra la stampa del corpo di Cristo, è stato posizionato un telo, stampato anch’esso.

La cianotipia appartiene ai cosiddetti “processi fotografici alternativi”. A differenza della fotografia tradizionale ai sali d’argento, qui l’immagine nasce grazie alla reazione tra luce ultravioletta e composti ferrici. I due prodotti chimici fondamentali sono il citrato ferrico ammoniacale e lo ferricianuro di potassio.

Mescolati con l’acqua e stesi su un supporto assorbente, questi composti diventano sensibili ai raggi UV. Dopo l’esposizione alla luce artificiale, o quella del Sole, il lavaggio in acqua ossida i sali di ferro formando il tipico pigmento blu di Prussia.

A questo punto entra in gioco il negativo fotografico. Nella cianotipia contemporanea si utilizzano spesso negativi digitali stampati su fogli trasparenti acetati, realizzati invertendo digitalmente l’immagine e calibrando densità e contrasto per ottenere una buona resa tonale.

Il negativo viene appoggiato a contatto con la carta sensibilizzata e bloccato sotto un vetro. I tempi dell’esposizione alla luce variano da pochi minuti fino a oltre mezz’ora, a seconda dell’intensità. Terminata l’esposizione, la stampa viene lavata in acqua corrente. È qui che avviene la magia: lentamente compare il blu intenso della cianotipia, mentre le zone non impressionate tornano chiare. Dopo l’asciugatura il colore continua spesso a intensificarsi nelle ore successive grazie all’ossidazione naturale.

La cianotipia non è una tecnica perfetta. E proprio per questo piace così tanto. Macchie, pennellate visibili, colature, bordi irregolari, variazioni tonali e imperfezioni diventano parte integrante dell’immagine finale. Ogni stampa è diversa dall’altra, anche partendo dallo stesso negativo.

In un certo senso la cianotipia ci restituisce anche la materialità del mondo. Come accennato prima, le sperimentazioni sono infinite, e i piani che si intersecano nella tecnica cianotipica sono innumerevoli. Molti artisti utilizzano oggetti naturali direttamente sulla carta sensibilizzata, creando fotogrammi botanici senza l’uso della macchina fotografica. Foglie, fiori, piume e piccoli oggetti diventano silhouette luminose dal forte impatto visivo. Altri sperimentano viraggi chimici che modificano il classico blu della cianotipia trasformandolo in tonalità seppia, nere, grigie o violacee attraverso tè, tannino, caffè o vino rosso.

Non è soltanto una tecnica fotografica, ma un modo diverso di pensare l’immagine. Più lento, più fisico, più vicino alla manualità e alla sperimentazione artistica. Ed è forse proprio questo il motivo per cui, a quasi due secoli dalla sua invenzione, quel blu profondo continua ancora a sorprenderci.

- Media partners -spot_img
spot_img