Avete mai pensato cosa rimane delle nostre idee, di quei ragionamenti che emergono quando siamo da soli con i nostri pensieri? Intendo dire, cosa rimane materialmente dell’astrattezza che, per antonomasia, sono le idee? Per creare un supporto tangibile che sconfigga il tempo e le frane della memoria qualcuno scrive libri, altri registrano podcast, qualcuno scatta fotografie e istituisce mostre. Prendiamo in considerazione l’ultimo caso. La bellezza della fotografia si trova nel suo impatto comunicativo: un’immagine parla senza il peso delle parole. Questo non è da confondere con la leggerezza, perché i messaggi che si trovano tra le fotografie sono innumerevoli, vari e impattanti. Nella mostra “Ritratti INperfetti”, l’invito è quello di riflettere sulla perfezione irraggiungibile che la società ci vuole imporre, e su quanto la nostra identità sia in movimento, mai intrappolata in rigidi schemi (e scatti).
“Ritratti INperfetti” è stata visitabile dal 6 al 20 dicembre 2025; allestita nella Sala Fittke, uno degli ambienti messi a disposizione dall’assessorato alle politiche dell’educazione e della famiglia del Comune di Trieste, di cui si ringrazia l’assessore Maurizio De Blasio, ha totalizzato più di 530 presenze. L’evento rientra all’interno del Progetto Area Giovani (PAG), che sostiene e sviluppa progettualità e forme di partecipazione per e con i cittadini dai 14 ai 35 anni. Il Progetto Area Giovani si occupa di partecipazione e cittadinanza, formazione, lavoro, mobilità internazionale, arte e cultura, sport, benessere, rapporti con gli istituti scolastici e professionali.
Tra i partner del progetto, figura anche l’agenzia di comunicazione mediaimmagine. Si ringrazia Foto Mauro per le stampe delle fotografie.
“Ritratti INperfetti” è stata la prima mostra personale della triestina Laura Perrotta, studentessa di grafica. Nella realizzazione delle foto è stata affiancata dal fotografo professionista Calogero Chinnici, Presidente di centoFoto APS.
Laura Perrotta, 19 anni, ha frequentato l’istituto tecnico Grazia Deledda – Max Fabiani di Trieste, indirizzo grafica e comunicazione. Dopo essersi diplomata nel 2025 ha deciso di trasferirsi a Verona per studiare “Digital e graphic design“, corso della IUSVE che le permette di unire due grandi passioni, la grafica e la comunicazione. “L’arte della fotografia tratta la simbologia della memoria e del ricordo: so che quel momento è passato, però riguardando una foto posso conservare dentro il calore”: così Laura definisce il suo rapporto con la fotografia.
I grandi maestri di Laura sono lo street artist Banksy e il regista Tim Burton, di cui ammira l’unicità. “Entrambi mi hanno spinto a vedermi in modo diverso. Infatti, mi sono magari data della strana, ma dallo strano cosa esce? Questo. L’anticonformismo di questi due artisti dà ‘uno schiaffo morale’ alla macchinosità della nostra società”, racconta Laura.
Spiega così l’idea dietro la mostra: “Nel titolo abbiamo messo la “n” al posto della “m” per sottolineare l’imperfezione, questo perché al giorno d’oggi la società ci abitua a standard che ciclicamente cambiano. Abbiamo voluto prendere delle persone “quotidiane” che sono bellissime a modo loro: tutti hanno dei lineamenti e delle imperfezioni che li rendono unici. Se siamo soltanto delle copie non ha senso, invece in questo caso ogni imperfezione è un valore aggiunto, quella cosa che ti spinge a dire ‘okay, quello sono io, io sono me stesso’”.
Tecnicamente, le fotografie sono complesse e pensate. “Abbiamo fatto molte prove prima di raggiungere la foto finale – spiega Laura – Prima bisogna vedere tutto il set, si devono gestire le luci e bisogna regolarne, sulla base della carnagione della persona, l’intensità. Lavoravamo su tre luci, una di schiarita dietro, una principale e una che aiuta a schiarire i lati del volto. Capire la potenza di quelle tre luci e riuscire ad usarle con tutte le fasi tecniche della macchina fotografica, tra ISO, diaframma e tempi. Abbiamo cercato di evitare un lavoro in postproduzione, perché volevamo immortalare in un modo preciso un determinato momento. L’unico cambiamento fatto dopo è stato quello di trasformare le foto statiche in bianco e nero, per creare l’impatto in cui si blocca il tempo, rispetto alle foto che lasciano la scia, visti i lunghi tempi di esposizione”.
È con questa filosofia che si devono guardare gli scatti della mostra: tra giochi di luci e led, tempi lunghi, doppie e triple esposizioni, soggetti giovani e anziani, sguardo dritto in camera, BnW, la sensazione è quella di guardare l’anima delle persone.







